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La vostra storia, il mio canto

La piccola grande donna che dà voce ai profughi eritrei

9 Dicembre 2013, 23:38pm

Pubblicato da Monica Cadoria

Ci sono persone, gruppi, popoli che, su questa terra, non hanno nemmeno diritto di far sentire la loro voce. Ci sono tanti angoli del mondo dove, ogni momento, vengono calpestati i più elementari diritti umani.

 

Ci sono profughi eritrei che, da almeno 6 anni, spariscono ancora prima che si sappia qualcosa di loro, vittime ignare di una delle peggiori tragedie che si stanno consumando sotto gli occhi di una comunità mondiale impotente, se non addirittura indifferente.

 

Sono profughi (il 90% proviene dall'Eritrea, mentre il restante 10% sono somali o sudanesi) che, nel tentativo di scappare da alcuni dei regimi più repressivi del mondo per raggiungere Israele o l'Europa, viene rapito nella penisola del Sinai da un gruppo di predoni senza scrupoli. Lì subiscono torture, violenze di ogni tipo, vengono richiesti riscatti enormi alle famiglie e spesso si arriva anche agli espiantati gli organi.

 

A dar voce a questa gente dimenticata, la signora Cornelia Isabelle Toelgyes, di Quartu Sant'Elena, da anni appoggia don Mussie Zerai, sacerdote eritreo presidente dell’agenzia Habeshia che per prima si è occupato della vicenda. Cornelia Isabelle fonda un gruppo Facebook, “Per la liberazione dei prigionieri nel Sinai”, a cui oggi aderiscono in Italia più di 10 mila membri. Si comincia a parlare di questo problema, a far sapere, a diffondere notizie, a coinvolgere le comunità internazionali. Poi girano video su Youtube, reportage della Cnn, e Wikipedia dedica addirittura un dossier a questa incresciosa storia.

 

Una storia vergognosa che si sa da anni, perfettamente a conoscenza anche di chi si occupa di diritti umani. Le vittime sono costrette a fuggire da regimi repressivi, guerre, servizi militari che durano una vita intera, torture e sevizie di ogni genere. Nella maggior parte dei casi vengono rapiti mentre sono in viaggio, in quel lembo del territorio egiziano dove sembra che nessuno abbia autorità per intervenire. Ma spesso spariscono già nel loro paese, complici alcuni ufficiali corrotti, o nei campi profughi in Sudan e in Etiopia. Fra loro tanti minori che frequentano l'ultimo anno scolastico in scuole militari.

 

Finché qualche giorno fa, giovedì 4 dicembre Meron Estefanos, giornalista e attivista peri diritti umani, di origine eritrea ma residente in Svezia, Miijam van Reisen e Conny Rijken dell'università di Tillburg (Olanda), hanno presentato al Parlamento europeo un loro rapporto sulla situazione nel Sinai. Un rapporto che riporta cifre, supportate da testimonianze dirette, da brivido. Si parla di 30 mila persone rapite dal 2007 a oggi, con un giro d'affari che conta cifre da capogiro. Sembra che in Eritrea tutti conoscono almeno una famiglia un cui membro è rimasto bloccato nel Sinai.

Non sono estranei alla vicenda gli ufficiali eritrei e sudanesi, che rapiscono o fanno rapire i giovani nei loro stessi paesi per chiedere ingenti riscatti alle famiglie. Se i riscatti non possono essere pagati, i giovani vengono venduti ai trafficanti del Sinai, e lì subiscono torture di ogni tipo, sempre nel tentativo di estorcere denaro alle famiglie. Se i denari non arrivano, i prigionieri vengono uccisi oppure gli vengono espiantati gli organi.

 

Chi ha la fortuna di scappare da questo inferno non trova sorte migliore: Israele ha appena ultimato la recinzione di ultima generazione ai confini del Sinai 230 chilometri), e, se si cerca di scappare nel deserto, si viene arrestati dalla polizia egiziana: l'aspettativa, dopo anni di galera, è il rimpatrio forzato. Pochissimi coloro che riescono a raggiungere la Libia, meno coloro che riescono a sfuggire alle milizie libiche, ai quali rimane l'incognita del viaggio verso Lampedusa...

Pane e coraggio - Ivano Fossati

La piccola grande donna che dà voce ai profughi eritrei

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